Una delle frasi più dette davanti a un film horror di case infestate è:
“Ma perché non se ne va in albergo?”
Che detta così sembra un consiglio pratico, ma in realtà è un’ipotesi sociologica: perché nessuno nei film horror va mai in albergo? È come se il diavolo ti legasse a un contratto immobiliare.
Poi, certo, mi basta pensarci due secondi e mi rendo conto che quella persona sono io. Non nel senso che giro in camicia da notte urlando, ma nel senso che resto. Sempre. Nelle case infestate, nelle situazioni complicate, nei rapporti che sembrano un sudoku senza numeri. Resto, perché sono ottimista. Ho questa convinzione arrogante e poetica che tutto si possa sistemare, come se la vita fosse un rubinetto che basta stringere bene. Ho questa sindrome dell’idraulico interiore: se c’è un problema, si può riparare. E se mi parte l’intraprendenza non mi nascondo, pattuglio tutta casa con un mestolo in mano.
È lo stesso spirito con cui reagisco quando qualcuno mi chiede:
“Anticipiamo l’appuntamento?”.


